Al “Vascello” Ferrato
è Truman Capote

di Elena D’Alessandri

08 aprile 2017CULTURA

 

Un uomo solo occupa il palco per l’intero spettacolo, su una scenografia essenziale fatta di un tavolo e sedie sparse, su un fondo bianco che in alcuni momenti si fa nero. Quell’uomo, inizialmente in déshabillé, viene destato nel sonno dalle urla e dai calci alla porta del suo ex compagno, in realtà interessato solo alla sua fama e al suo denaro. Quell’uomo è Truman Capote, l’autore consacrato alla notorietà da “A sangue freddo”, romanzo verità del 1966, storia del massacro di una famiglia e capostipite di un nuovo tipo di giornalismo letterario. Capote, “quell’uom di multiforme ingegno”, scrittore, giornalista e drammaturgo, è stato, dopo Ernest Hemingway, forse il più grande esempio di autore divenuto protagonista, e vittima, dello star system a stelle e strisce.

Ma lo spettacolo “Truman Capote, questa cosa chiamata amore”, che chiude a Roma una lunga tournée in giro per l’Italia, in scena al Teatro Vascello solo fino al 9 aprile, non è un biopic, né una rilettura di alcuni grandi capolavori dello scrittore novecentesco. Il Capote di Massimo Sgorbani, disegnato per l’eclettico Gianluca Ferrato, diretto da Emanuele Gamba, appare più come un racconto dell’America dell’epoca, ipocrita, torbida, a volte ingenua, narrata attraverso i ricordi dell’autore, che si rivolge a un’invisibile interlocutrice in modo dissacrante, irriverente e a tratti eccessivo.

Capote ci viene presentato come un dandy, un gay, un esibizionista, animato dal genio, ma anche da una infaticabile voglia di stupire, un uomo molto sopra le righe che può permettersi di dissacrare l’America delle star di Hollywood così come l’élite culturale newyorkese, uno che riduce Audrey Hepburn – protagonista di Colazione da Tiffany, film del 1961 tratto dal suo omonimo romanzo del 1958 – a una “misera gattara” e propone un lungo e articolato “elogio del pompino”.

Ma non è un uomo vissuto solo tra lustrini, fama e feste in maschera. Truman Capote era un omosessuale, ed è proprio dai suoi toni eccessivi, a volte macchiettistici, dalla sua malcelata rabbia, che emerge con forza un senso di inadeguatezza, malinconia e profonda solitudine, e un disperato bisogno di sentirsi amato e apprezzato, elementi che richiamano alla mente il suo contemporaneo Pier Paolo Pasolini. Truman Capote è un uomo in fondo fragile, escluso – o meglio accettato nei salotti come un “cagnolino” – che ricorda un’infanzia difficile, una madre assente e incline all’alcool, morta suicida, che lo lasciava spesso e che anche quando lo portava con sé lo chiudeva la sera in camere di albergo e andava fuori a bere.

Nella pièce, di un’ora e mezzo, Capote racconta alla sua invisibile interlocutrice, Marilyn Monroe – sua grande amica, anche lei segnata da un’infanzia difficile e costretta per tutta la vita a recitare un personaggio – i suoi amori, le sue avventure, i suoi successi e le sue sconfitte, ma anche l’America di quegli anni, gli anni di Jackie e John Fitzgerald Kennedy, l’omicidio a Dallas di quest’ultimo nel 1963 e quello del fratello Bob, cinque anni dopo, l’inutile guerra in Vietnam. Ma anche l’America di Perry Smith, per il quale visse un amore travolgente e fortemente discusso, l’omicida della famiglia Clutter, nel Kansas del 1959 – da cui emerse “A sangue freddo” – di cui ricorda con dolore le visite in carcere.

Momenti pruriginosi della narrazione si alternano a istanti densi, struggenti, commoventi. Uno spettacolo “scomodo”, che esula dalle forme e dai linguaggi del teatro classico, certamente da suggerire.

(*) Per info e biglietti: Teatro Vascello