“Leggera dentro”:
mostra di Mangiapane

di Mau. Bona.

15 marzo 2017CULTURA

 

Filo di ferro. Inebriante come la grappa sarda omonima: “filu ‘e ferru”, in italiano “acquavite di Sardegna”, detta anche “abba ardente” che significa “acqua che arde”. Come il profumo di donna inebriante, etilico ed esplosivo. Ecco, l’arte del filo di ferro. Così appare la pittura-non pittura cosificata di Alessia Mangiapane, nella personale dal titolo “Leggera dentro. Dentro”, le cui installazioni sono esposte alla Loft Gallery Spazio MatEr di Ilaria Sergi (via Ludovico Muratori 11, a Roma), aperta solo nel pomeriggio e fino al 19 marzo.

L’artista è un’avvenente e giovane ingegnere chimico (sic!), mamma felice, che opera “seguendo le righe”, ovvero profilando il suo senso della vita attraverso fili sottili di rame e metalli teneri, per dettare i contorni da puntasecca delle sue figurine femminili. L’inviluppo delle curve segue un progetto materico che ha come suo limite dichiarato proprio l’immaterialità. Perché i filamenti hanno il vuoto dentro: non contengono volumi ma spazi rigorosamente a due dimensioni. Non hanno voce ma fanno pensare. Contornano ma non saturano, lasciando la composizione eterea, libera come l’aria che li attraversa.

I protagonisti della scelta artistica della Mangiapane sono gli oggetti concreti, raccolti negli spazi merceologici e nei negozietti di anticaglie che si addensano nelle strade commerciali di una moderna città qualunque. Merci comuni estratte da un “climax” a sfondo vintage e forzatamente condotte a descrivere ed esaltare i suoi personaggi con molti autori, rigorosamente coniugati al femminile. E tutti gli oggetti sono inchiodati alla tela come tante frecce di un San Sebastiano incatenato alla colonna. A partire da “L’Etoile”, schema di danzatrice sottile che si produce in una figura a corolla chiusa, sui cui fianchi è saldato un tutù, mentre le scarpette leggere da ballo sono lasciate pendule su piedi invisibili. “A spasso con Kirco” ci presenta, invece, un cane stilizzato incappottato, al guinzaglio di una snob radical chic che si ispira al fascino degli anni Venti calzando il suo basco bordeaux con veletta e mini borsetta argentata a guisa di una medioevale sacca di denari appesa a guanti lunghi neri da femme fatale. Icona reale del bisogno di esistere nell’esperienza dolorosa dell’inconsistenza contemporanea dell’essere.

E sono sempre gli oggetti il tempio consacrato dell’esile e anoressica figura femminile ritratta ne “La Curiosità è donna”, in cui il boa di piume di struzzo viola elettrico si sposa a occhiali da sole con la montatura rossa, perfettamente coordinati con il rossetto delle labbra. Il tutto appeso a gambe lunghe filiformi che scivolano come scie di un liquido effimero oltre la cornice immaginaria di un insufficiente quadro-sfondo, contraddistinto da un bianco abbagliante. I fiocchi, in questo caso delle scarpe e del fermaglio, sono i segni inconfondibili che descrivono una personalità-farfalla, ancorata alla sua mini borsetta dorata che ne racchiude il senso formale. Gli stessi parametri compositivi valgono per “La Belle Époque”, dove gli oggetti cult sono una grande rosa d’argento e un cappellino ricchissimo di decori, che circoscrivono una figura disegnata di profilo, come quelle di certi quadri fiamminghi o dei murali egizi.

Perché i luoghi dell’animo femminile sono sempre leggeri “dentro”. C’è da chiedersi se davvero esistano le “Tre età”, descritte da altrettanti oggetti cult che rappresentano “Robe de chambre” da bambina, poi da adolescente e infine da signora. Dice la didascalia che la donna “è” tale perché deve essere amata a ogni età. Mostra particolarmente adatta, quindi, a stimolare la chimica del cervello!