La lingua italiana tra “populisti” ed “evasori”

Un aforisma, un commento - “I linguisti ci insegnano che la lingua è un’entità viva e, come tale, evolve. Ma l’evoluzione è un processo che richiede tempo e non può essere deciso a tavolino senza creare mostruosità”.

La scomparsa di Tullio De Mauro riporta in primo piano la questione della lingua italiana e le sue attuali vicissitudini. Non l’ho conosciuto di persona, anche se avrei voluto ringraziarlo per aver citato positivamente i miei lavori sulla tecnologia dell’artificiale, ma De Mauro sarebbe stato certamente un interlocutore ideale per discutere, anche ironicamente, taluni aspetti evolutivi della nostra lingua con i quali abbiamo a che fare anche in questi giorni. In particolare, mi riferisco alla polemica in atto sull’opportunità di generalizzare coercitivamente l’uso del genere femminile. Francamente mi sembra, da un lato, una pretesa insensata e un po’ nevrotica e, dall’altro, l’ingenua presunzione che l’evoluzione linguistica possa essere programmata o persino legiferata. Il risultato, d’altra parte, è per ora decisamente ridicolo. Si chiede, per esempio, che si dica “presidenta” o “ministra” se a dirigere un’aula o un ministero è una donna. Il fastidio estetico che simili formulazioni generano può certamente essere attribuito all’abitudine, o, meglio, alla tradizione nella quale siamo cresciuti. Ma, senza tradizione, la vita di una comunità perde qualsiasi significato e l’inevitabile evoluzione della lingua, che è il cuore della tradizione, non può dipendere da una decisione formale fondata su presupposti extra-linguistici. Inoltre, una volta imboccata la via della traduzione al femminile di termini che derivino da verbi - come “presiedere” di cui “presidente” è un participio presente - non si vede perché, per coerenza, non si debba procedere alla sua estensione ad ogni altro participio. Cosicché, avremmo non più una “contribuente” ma, se si tratta di una donna, una “contribuenta” e magari non più una “ignorante” ma una “ignoranta”, non più una “pesante” ma una “pesanta”, e così via storpiando. L’italiano possiede già, per alcune parole, la desinenza femminile, come è per “presidentessa”, cosa evidentemente ritenuta insufficiente dai cultori del politicamente corretto. Costoro trascurano però il fatto che i termini che sembrano maschili, soprattutto nei contesti istituzionali, in realtà sono neutri e non si riferiscono al sesso ma al ruolo ricoperto. Così, un giudice donna non ha alcun bisogno di essere rinominato “giudicia” o forse dovremmo chiamare un colonnello del gentil sesso “colonnella”? Chiunque dovrebbe sapere che “presidente” significa “che presiede” dove il “che” non ha sesso se non si antepone un qualificatore, come quando diciamo “colui” o “colei che presiede”. Di conseguenza, dire che “Luigi è presidente” vale quanto dire “Anna è presidente”.

C’è poi una questione assai più generale che riguarda grammatica e sintassi per discutere la quale sarebbe necessario molto più spazio. Basti la recente posizione assunta dall’Accademia della Crusca in merito all’uso del congiuntivo. L’Accademia sposa la raccomandazione di Maria Luisa Altieri Biagi che scrive “se, […] dopo aver studiato il congiuntivo, e sapendolo usare, voi deciderete di ‘farne a meno’, di sostituirlo con altri modi, questa sarà una scelta vostra. Ciò che importa, in lingua, non è scegliere il modo più elegante, più raffinato, ma poter scegliere, adeguando le scelte alle situazioni comunicative”. Mi auguro di non essere il solo a dichiarare totale disaccordo con questa posizione. Cosa sarebbero le “situazioni comunicative” che vengono citate? Forse la fretta, quasi sempre cattiva consigliera? O forse l’opportunità di adeguarsi al modo di esprimersi dell’interlocutore per cui, se uno parla o scrive male, sarebbe bene scrivergli o parlargli altrettanto male? E poi, che senso ha “imparare l’uso del congiuntivo” per poi “decidere di farne a meno”? È una ben strana idea quella di imparare le regole per poi prescinderne “a scelta”; applicare questo principio a regole di altri contesti, per esempio al Codice della strada, sarebbe davvero interessante.

Il fatto è che la lingua pare essere oggetto di una vasta campagna grazie alla quale, sulla base di una esagerata sua concezione come entità viva, essa viene affidata alle sole mani del parlante o dello scrivente. Alla fine, la lingua, come ha sottolineato lo stesso Tullio De Mauro, viene lasciata in balìa delle ondate banalizzanti dei mass-media, dei dispositivi telematici e dell’inglese, fattori che, più che farla evolvere, la riducono a messaggi nucleari, come ci si trovasse in un’eterna emergenza, quasi graffiti primitivi in cui primeggia la cruda sostanza del messaggio senza alcun riguardo per la forma e le sue regole. Affermare che il rispetto delle regole grammaticali e sintattiche attualmente ancora vigenti significhi “scegliere il modo più elegante, più raffinato” per comunicare e non, più semplicemente, comunicare nel modo giusto, mi sembra una sorta di inaccettabile “populismo linguistico”. Perché un conto sono i bacchettoni della lingua e un altro sono gli “evasori linguistici”, una categoria sicuramente ma tristemente assai diffusa in un’Italia che ama le regole solo quando riesce a non rispettarle.