Valerio Mastandrea è “Migliore” a teatro

Una delle interpretazioni più riuscite di Valerio Mastandrea, unico attore in scena: lo spettacolo “Migliore” torna a Roma al Teatro Ambra Jovinelli dal 5 al 22 gennaio. L’autore, Mattia Torre (una delle firme della nota serie televisiva “Boris”), sta portando sullo stesso palco una rassegna composta da tre suoi lavori, uno di seguito all’altro. In proposito, gli rivolgiamo alcune domande.

Ci presenta la trilogia, e “Migliore”?

All’Ambra Jovinelli riprendiamo tre spettacoli: il primo è stato “Qui e ora” (con Paolo Calabresi e Valerio Aprea, ndr), questo è il secondo e il terzo sarà “456” (con Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Carlo De Ruggieri, ndr) a febbraio. “Migliore” l’abbiamo fatto nel 2005, ha girato qualche anno in tournée e siamo molto felici di riportalo in scena. Racconta la crisi di un uomo buono che per una serie di motivi diventa cattivo, e allora la società gli apre tutte le porte. Un lavoro comico, ma con una metafora straziante: ci chiedevamo se fosse datato, e invece - purtroppo - continua tristemente a dire qualcosa del nostro Paese.

Com’era nato?

Osservando questo mondo, dove paradossalmente la prevaricazione e l’arroganza spesso vengono premiate. Era molto stimolante vedere Valerio Mastandrea in scena da solo, immaginare che potesse raccontare una storia - e tutto un mondo - semplicemente con l’uso della parola, delle luci e delle musiche.

In una società basata sulla prevaricazione, un personaggio che ne incarna lo spirito esercita un’irresistibile fascinazione su quanti lo circondano. È questo il nucleo che rende lo spettacolo così durevole nel tempo?

Da una parte sì, poi mi piace quella strana ambiguità per cui il pubblico si ritrova a tifare per lui: il sentimento del riscatto è contagioso e affascinante, salvo poi rendersi conto che si tratta di un percorso molto angosciante, appunto perché racconta un mondo che premia quel tipo di violenza. Il carisma di Valerio è tale per cui riesce a coinvolgere gli spettatori in una parabola infernale, e poi tornando a casa ci si chiede: “Ma che mi rido?”. Questo è un po’ il suo senso.

Il testo è stato pensato da subito per Mastandrea?

Sì, perché avevo quest’idea e ancora non lo conoscevo. Alla fine del 2004 gliel’ho proposta, a lui è piaciuta. L’Ambra Jovinelli cercava uno spettacolo, per cui c’è stato un piccolo “big bang” che l’ha fatto nascere.

Nel corso degli anni ci avete messo mano per mantenerlo al presente?

Lo spettacolo è rimasto invariato, ci sono solo piccoli aggiustamenti e modifiche. Mi ha stupito vedere quanto continuasse in qualche modo ad essere attuale e potente.

Che riscontro ha avuto in giro per l’Italia?

È andato sempre bene. Tornare a Roma è una festa, sia per l’amore che il pubblico ha per Valerio, sia perché - per me - lo spettacolo è una “vecchia gloria”, quindi non vedo l’ora di rivederlo. Mi ha sempre stupito la grande presa che quest’attore ha su tutto il Paese, dove va lui riempie i teatri, è commovente. Qui sono tranquillo, è una ripresa e quindi non ho l’ansia da debutto.

Quale tipo di approccio ha alla commedia, che è la sua dimensione artistica, e come la intende?

Per me è un mezzo per raccontare anche storie terribili. Cerco sempre di scrivere in primo luogo di qualcosa che vorrei vedere da spettatore, e poi di pezzi di questo quotidiano, piuttosto complesso, e di questo Paese, a suo modo così violento.

Cinema, televisione e teatro: come si muove nei diversi ambiti?

Più o meno con la stessa postura, cambiano i mezzi e la destinazione finale ma provo costantemente a parlare di qualcosa che ci riguardi e in qualche modo stupisca. Ma il mio è anche un tentativo di guardare ad aspetti di ciò che conosciamo, magari trattati con una chiave differente. È lo stesso approccio che abbiamo avuto con “Boris”, per certi versi un documentario che raccontava pezzi di realtà che uno non è abituato a vedere, o comunque non in maniera così profonda. E poi, la commedia è un modo anche per coinvolgere il pubblico su temi che non sono necessariamente comici. Questo è il principio che continua ad esaltarmi, nella scrittura e nella messa in scena.

Tre lavori, altrettanti cast differenti: qual è il suo rapporto con gli attori?

Molto forte. Intanto sono sempre orgoglioso dei bravissimi attori con cui ho il privilegio di lavorare, ma soprattutto di condividere un intento: nella nostra piccola comunità di amici partiamo sempre da un’idea, dal perché si fa qualcosa, dal senso che ha. L’aspetto che mi piace di questo lavoro è il fatto di non usare l’attore come semplice esecutore, per cui - chiaramente - il suo apporto diventa ancora più forte.

Ci dice qualcosa anche di “456”?

È forse lo spettacolo più importante che ho fatto, anche se in una situazione produttiva più piccola, diciamo da campionato minore, però ci sono molto legato.

Sta lavorando a qualcos’altro?

Ad una serie televisiva che ho scritto e diretto. Spero andrà in onda a marzo, purtroppo non posso anticipare altro, io poi odio quelli che lo dicono, però purtroppo - per obblighi contrattuali - è così.