14 giugno 2012CULTURA
Facebook, Twitter e compagnia: i social network vanno di moda e
non solo tra i teenagers. Cambiano la vita di relazione, e questo è
certo. Ma cambiano davvero anche il mondo del lavoro,
l'organizzazione aziendale, il curriculum che serve per essere
assunti? Pare proprio di si. E' quel che è emerso dal Social
Business Forum che si è tenuto il 4 e il 5 giugno a Milano e che ha
riunito poco meno di duemila tra esperti mondiali e appassionati
del settore.
L'era della "pull organization"
C'era una volta la "push organization", guidata
dall'alto, sottoposto a rigida gerarchia. Ora la tecnologia,
internet e i mezzi che permettono il social networking stanno
cambiando il modo di lavorare, di studiare una strategia, portare
avanti un progetto. Ci si rende man mano conto che la "pull
organization" è più produttiva. E chi non riuscirà a riorganizzare
il proprio lavoro, utilizzando al meglio questa rivoluzione,
semplicemente, rimarrà un passo indietro.
La rivoluzioni di cui parliamo è ormai cominciata da tempo. Era
il 1999 da Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David
Weinberger scrivevano "The Cluetrain Manifesto": un insieme
di 95 tesi (come quelle di Martin Lutero) organizzato e presentato
come un manifesto, o invito all'azione, per tutte le imprese che
operano all'interno del nuovo mercato interconnesso. «È cominciata
a livello mondiale una conversazione vigorosa - si legge nel
"Cluetrain Manifesto" - Attraverso Internet, le persone stanno
scoprendo e inventando nuovi modi di condividere le conoscenze
pertinenti con incredibile rapidità. Come diretta conseguenza, i
mercati stanno diventando più intelligenti e più velocemente della
maggior parte delle aziende». Il Manifesto esaminava l'impatto di
Internet sia sui mercati sia sulle organizzazioni. E spiegava che
mentre i consumatori erano già in grado di utilizzare Internet e
Intranet per stabilire un livello di comunicazione precedentemente
non disponibile, le aziende e le organizzazioni in generale
erano rimaste indietro. Il manifesto suggeriva perciò i cambiamenti
necessari alle organizzazioni per rispondere al nuovo ambiente che
la Rete aveva già creato. Di fatto il "Clue train Manifesto"
diventò presto un manuale per il marketing su internet.
Da quel manifesto, oggi, a 13 anni di distanza, hanno preso
spunto gli organizzatori del Social Business Forum. Emanuele
Scotti, Rosario Sica e Emanuele Quintarelli, hanno pubblicato così
il loro "Social business manifesto", 59 tesi (per cominciare,
perché si tratta di un progetto aperto) che formano un vademecum
per le aziende. Perché ancora una volta, se vogliono stare al passo
con il mondo in cui agiscono, devono cambiare. E tenere conto del
fatto che «i meccanismi collaborativi stanno cambiando radicalmente
il modo in cui i mercati funzionano e il modo in cui le
organizzazioni creano valore».
Scrivono gli autori: «Il modo in cui abbiamo concepito sinora
l'organizzazione delle nostre aziende non funziona più. Abbiamo
fatto del management una scienza; abbiamo cercato di trasformare le
persone in macchine; abbiamo segmentato i compiti togliendo
significato alle cose che facciamo mentre lavoriamo; abbiamo
spersonalizzato per cercare di controllare l'organizzazione;
abbiamo cercato di standardizzare il lavoro per garantirci la
possibilità di replicare le prestazioni senza imprevisti. Questa
organizzazione ha funzionato molto bene fino a quando il tema era
replicare. Diventa un modello che funziona molto meno bene quando
il valore che le persone sono chiamate a generare ha a che fare con
la conoscenza, con l'innovazione continua, con il mondo
dell'intangibile. Noi non abbiamo l'organizzazione e la tecnologia
giuste per l'epoca che stiamo vivendo».
Il fatto è che rivoluzioni di questo genere sono accadute spesso
nella storia dell'umanità. E ogni volta la capacità di sopravvivere
passava dall'attitudine ad adeguarsi alle nuove regole. «Come è già
successo ai tempi di Cristoforo Colombo - scrivono ancora gli
autori del "Social Business Manifesto" - anche noi abbiamo bisogno
di nuove mappe; soprattutto perché è molto difficile gestire le
cose che non siamo neanche in grado di vedere. E queste nuove mappe
devono obbligatoriamente fare i conti con l'infrastruttura
tecnologica che si è costituita negli ultimi anni - il Web, in
particolare la sua componente Social - la quale è interessante non
solo in sé, ma per i comportamenti sociali che consente».
La popolarità in rete sbarca sul
curriculum
Klout è una delle "mappe" che sta riscuotendo più successo. Anche
se gli scettici non lesinano critiche e sollevano dubbi sulla sua
reale efficacia. Secondo chi l'ha inventato, Klout è in grado di
misurare la popolarità di cui ciascuno di noi gode sui social
media. Un solo numero, su una scala da uno a cento, indica con
immediatezza la capacità di chiunque sia attivo in rete di
influenzare altre persone. Se il vostro punteggio Klout sarà
abbastanza alto, in un futuro molto vicino potreste ottenere
sconti, regali, trattamenti da Vip. Se sarà troppo basso, invece,
potreste persino perdere punti in un colloquio di lavoro.
Negli Stati Uniti accade di già. I cacciatori di teste e i
responsabili delle risorse umane di alcune grandi aziende
cominciano a prendere in considerazione il punteggio Klout per
valutare i candidati da assumere. E, in alcuni casi, anche
un'esperienza consolidata non riesce a rialzare le sorti di un
colloquio minato dalla scoperta di un punteggio Klout troppo basso.
Ma come funziona? Un po' come il motore di ricerca Google quando
cerca di valutare la rilevanza di ogni pagina web, Klout cerca di
stilare una sorta di graduatoria dell'influenza di ogni persona in
rete. L'algoritmo che è alla base del sistema combina tra loro i
dati che provengono dai profili social di ogni singolo utente.
Chiunque abbia un account su Twitter, ad esempio, ha già un
punteggio Klout, anche se non lo sa. L'account Twitter infatti è
pubblico e (a meno di un esplicito divieto) i dati possono essere
letti direttamente dall'algoritmo di Klout. Per avere un punteggio
maggiore occorre esplicitamente consentire a Klout di avere accesso
a propri dati su quei social media che consentono agli estranei
minor facilità di accesso (come Facebook, LinkedIn o Google+). Il
punteggio viene calcolato considerando una serie di parametri
quantitativi, il numero di amici e di "like" su Facebook; di
follower e retweet su Twitter. Ma anche la frequenza con cui
aggiorni il profilo e persino il punteggio Klout di chi ti segue o
chi interagisce con te.
Potrebbe sembrare un gioco innocuo e una divertente sfida on
line, se non fosse che alcune aziende hanno già cominciato a
corteggiare con regali, sconti, trattamenti privilegiati chi ha un
punteggio Klout abbastanza alto da poter influenzare con i suoi
commenti positivi un'audience abbastanza ampia. E mentre produttori
di beni e servizi sono impegnati ad immaginare il modo migliore per
utilizzare questo nuovo parametro per ampliare il proprio business,
c'è già chi ne mette in dubbio l'affidabilità. Anzi, c'è chi dice
che Klout in realtà serva a poco o a nulla. Per il semplice motivo
che il suo approccio è puramente quantitativo. Misura quante
interazioni ha una persona attraverso i propri account social. E se
le interazioni fossero semplicemente una marea di insulti? Varrebbe
la pena per un'azienda offrire trattamenti Vip all'utente più
insultato del web?